
Oggi, la T2 del Prat era un deserto. I negozi sono quasi tutti con le seracinesche abbassate. Mi dicono che, da quando funziona la T1, è sempre così. Che bello se lo rimanesse!
La pratica di Easy Jet di non assegnare i posti nell'aereo ha riportato in vita una disciplina popolare, ormai quasi dimenticata o comunque poco consueta oggigiorno: la corsa al posto. Regina delle tecniche di sopravvivenza dei viaggiatori che avevano vent'anni quarant'anni fa, era un cocktail equilibrato di strategia e di forma fisica. Quando le piste degli areoporti erano accessibili ai passeggeri -soprattutto nei voli che adesso si nascondono dietro l'elegante etichetta di low-cost e che allora si chiamavano charters- da quando si apriva la porta di accesso alla pista, quei 10, 20 o 50 metri che separavano la porta dalla scaletta d'accesso all'aereo erano testimoni di corse selvagge, in cui non c'erano regole definite, se non quelle dettate dal rispetto degli avversari. Quasi tutto valeva in quei gomito a gomito, e ciascuno seguiva la strategia che considerava vincente. Molti di noi, dopo un'apparentemente distratta valutazione dei concorrenti, decidevano chi poteva essere un cavallo vincente per accollarsi a lui (a volte era una lei), sperando che gli facesse la tirata fino all'ultimo metro per poi superarlo con un balzo finale. A volte, anche rassegnandosi ad essere un buon secondo o un piazzato, al vedersi incapaci -a meno di un colpo di fortuna che lo facesse inciampare nell'ultimo metro- di superare quel vichingo alto uno e novanta che vedevamo come chiaro vincitore della "corsa al posto". Erano corse senza regole, ma nel fondo oneste, che è il fattore differenziale delle corse odierne che ripropone Easy Jet. Quando l'accesso all'aereo si fa da un finger, le regole cambiano. Lo spazio ristretto impedisce la "corsa a ventaglio" (tipica allora di chi aveva più fiducia delle proprie gambe che dei gomiti) e la semi-penombra del finger purtroppo permette colpi sleali, che non sarebbero mai stati ammessi in una corsa dell'epoca d'oro. Adesso, è quasi più importante la strategia previa (l'allineazione davanti al banco della porta di uscita) che la corsa stessa. Se si vuole arrivare al momento della corsa in forma e riposati, bisogna evitare le lunghe soste in piedi, mezz'ora prima dell'uscita. Ma bisogna sedersi nelle poltrone più prossimi alla coda, per poter precedere con un balzo felino il tipico viaggiatore con trolley mostruoso (ma come l'ha passata liscia nel check-in?), che è molto difficile sorpassare nel tunnel del finger, soprattutto se, da corridore esperto, trascina il trolley al suo lato, per ostacolare possibili sorpassi. I giapponesi (gambe corte e generalmente buona educazione) non sono avversari temibili, quasi sempre li si può superare, anche se sono vari posti davanti. Le famigliole felici, con bambini, carretti, carrozzine e borse piene di pannolini e pannoloni, ahimè, sono una circostanza a cui bisogna rassegnarsi: passano per primi davanti a tutti, per norme interne delle compagnie aeree. Forse è politicamente corretto, ma nelle corse di quarant'anni fa, non c'erano previlegi nè categorie. Donne, bambini, vecchi, storpi e giovani rampanti volavano all'unisono selvaggiamente verso la meta. I bambini, certo, erano una zavorra e per questo gli sguardi di simpatia e falsa solidarietà degli altri concorrenti, che guardavano con compassione quei genitori condannati fin dall'inizio a un'ignobile arrivo chiaramente perdente.








